di Luca Leone
Vincenzo Cerami è un ragazzino di dieci anni. A seguito di una lunga malattia, diviene incapace di relazionarsi con gli altri , compresi i suoi compagni di classe. A malapena reagisce se viene fatto il suo nome. Buona parte del corpo docente vorrebbe bocciarlo per la seconda volta. Il suo professore di letteratura italiana, Pier Paolo Pasolini, ventottenne alla prima esperienza dietro una cattedra, rassicura la madre di Vincenzo, disperata, promettendo di aiutarlo in tutti i modi. Un giorno affida alla classe un tema dal titolo “Una domenica in montagna”. Vincenzo, piuttosto che fornire una descrizione realistica di una gita in alta quota , lascia che la sua immaginazione, potenziata dal periodo della malattia passato a raccontarsi storie, prenda il sopravvento. L’abominevole uomo delle nevi fa irruzione nel suo scritto, sconvolge la sua domenica, e porta tutto decisamente fuori traccia. Il ragazzo teme di averla combinata grossa. Ci tiene molto a non sfigurare, ma è certo di aver provocato le ire del suo insegnante, che tra tutti, è quello che più stima. Non è convenzionale, va contro corrente: inflessibile durante le lezioni, gioca divinamente a calcio a ricreazione, e perdona spesso errori ortografici altrimenti demonizzati dagli altri docenti. Per esempio, non sottolinea in rosso la parola “ straZZio”, né tante altre contaminate dal dialetto romano. Non disprezza il gergo volgare , tutt’altro: è curioso di conoscerne le capacità espressive, i colori nuovi, l’amplissimo spettro descrittivo. In quel periodo (è a Roma da poco, a seguito della fuga dal Friuli) passeggia molte notti in compagnia di un amico, Sergio Citti, da cui viene educato a alla comprensione della lingua della gente della capitale , impara a conoscere vocaboli indigeribili all’orecchio di un forestiero. A cena con lui e col fratello di Sergio Citti, Franco, annota tutto ciò che gli è possibile, per memorizzarlo e farne tesoro.
Quando riconsegna i compiti corretti, il giovane Pasolini non punisce Vincenzo Cerami, anzi, lo premia facendogli leggere il suo tema davanti a tutti. Vincenzo , da quel momento, guarisce e non fa altro che scrivere. Poco dopo il bambino gli sottopone una serie di racconti sulla borghesia italiana, da cui, due decenni dopo, sarà tratto il capolavoro (divenuto poi un film di Monicelli, con Alberto Sordi protagonista) “Un borghese piccolo piccolo”.
Morto neanche tre anni fa, dopo aver firmato alcune delle sceneggiature più importanti del cinema italiano (se proprio dobbiamo citarne una “ La vita è bella”, assieme a Benigni), Vincenzo Cerami ha dichiarato che sarebbe rimasto muto se non avesse conosciuti Pasolini. Sergio Citti, l’amico di passeggiate notturne, è diventato regista cinematografico, sceneggiatore e consulente per diversi film girati a Roma, grazie all’incontro con Pasolini. Il fratello, Franco Citti, invece, è divenuto il volto iconico di tutto il cinema intellettuale friulano (assieme all’altro “ragazzaccio” Ninetto Davoli), attore apprezzatissimo anche all’estero. Entrambi avrebbero fatto, con tutto il rispetto per gli operai, i muratori per tutta la vita. È preziosissimo ciò che Pasolini ha donato a tutti loro e a chissà quanti altri: li ha contagiati, con la sua creatività e ipersensibilità, in qualità, indubbiamente, di illuminato: un uomo avanti rispetto ai tempi che viveva. Ha reso possibile per alcuni una sorta di elevazione spirituale e sociale, dalla povertà selvaggia della strada o dei margini della società, alla grandezza. “In cambio” ha prelevato una frangia preziosissima della loro anima, del loro essere persone, e popolo. Ha estratto gli ingredienti per i suoi libri, poesie o film, ovvero: la lingua, le facce, i modi di vivere giusti per la sua narrativa di denuncia, provocatoria, volgare e senza censura. Sono stati indispensabili per il Pasolini artista.
Il libro “Una vita violenta” è esattamente questo: ciò che Pasolini ha voracemente appreso, e ciò che Pasolini è in grado di restituire, ai suoi personaggi, alle persone che gli stanno attorno, a tutti i lettori di qualsiasi tempo.
Come per il criticatissimo “Ragazzi di vita” di cui si potrebbe considerare la degna continuazione, avvera il miracolo di svecchiare, fino a rinnovare, la letteratura del nostro paese (Italo Calvino lo considera il romanzo più bello del Novecento, nel momento in cui uscì, nel 1959). Il narratore stesso perde la purezza linguistica tipica del romanzo, assume, edulcorandola appena, la stessa parlata, o parlantina dei suoi personaggi: dello Zuccabboio, di Lello, del protagonista, Tommasino. Chi non è nato a Roma o nelle vicinanze della capitale, è obbligato a ricorrere spesso al glossarietto in appendice. Per intenderci, abbonda di “straZZi”. Il narratore , così, si pone sempre sullo stesso piano dei personaggi, evitando qualsiasi giudizio nei loro confronti, laddove ci si attenderebbe una sfilza notevole di condanne, per il bene della morale e dei lettori pudici dell’Italia di quegli anni. Sono tutti personaggi fondamentalmente “cattivi”, demoni veri e propri a volte, congiunti nella fratellanza dalla sciagura: l’essere nati in un luogo, la borgata di Pietralata, dove la speranza è bandita, in cui il meglio che ci si può augurare è di rinviare la catastrofe. Impossibile qualsiasi redenzione, impronosticabile il lieto fine, che in effetti non c’è.
Eppure, questi personaggi, come Franco e Sergio Citti, o come Vincenzo Cerami, o come chiunque abbia la possibilità di avere un contatto con Pasolini così sottile e commovente, vengono imbelliti: la loro coscienza affinata, la loro dignità accresciuta. Io credo ciò accada per la prima volta quando, circa a metà del libro, dalle loro bocche (abituate a far entrare molto poco e vomitare bestemmie, urla, e insulti) viene fuori il canto, la musica. È come se Pasolini ci dicesse: “Avete capito bene, i miei personaggi sono pessimi: rubano, bestemmiano , stuprano, ammazzano, sfruttano i più deboli, ma, allo stesso tempo, cantano”. La musica è la prima rampa che eleva la gente dell’ultimo piano del suo mondo. Tommasino, il già citato protagonista di “Una vita violenta”, cerca di ricavare soldi adescando omosessuali tutta la notte. Non riuscendovi, deruba una prostituta, le strappa la borsa di mano e, dopo averne prelevato ogni centesimo, la butta in una scarpata e ci urina sopra. Si procura così la somma necessaria per far cantare all’amico Carletto una serenata per la sua Irene. Non ne usa neanche un centesimo per riempire lo stomaco vuoto. Tommasino è deplorevole, ma è innamorato. Anche uno come lui può amare, e fa cantare, al suo menestrello, i sentimenti che prova:
La luna si specchia ai vetri del tuo balcone / e tu sei nascosta dietro le sue tendine / cantando son qui per dirti che ti voglio bene / affacciati per sentire / la mia canzone
Pasolini non poteva che scegliere per la serenata la musica e le parole di Claudio Villa, il re della musica popolare, amatissimo dallo stesso popolo che lui stesso ama. “Mi piace il repertorio delle musiche di Claudio Villa, perché mi piace il pubblico che ama questo stile verace e popolare” ha detto in un’intervista. Anche in questo caso contro corrente: è stato uno dei pochissimi intellettuali in grado di apprezzare un artista dallo sconfinato riconoscimento (anzi, dalla sconfinata venerazione) popolare, ma denigrato dalla parte colta del paese. La musica, attraverso il canto, dichiara per prima che anche Tommasino e i suoi compagni possono avere dei valori, possono affrontare, degnamente, la sciagura a cui sono predestinati. Persino a loro spetta un minuscolo spiraglio di cielo, che sia un millimetro di finestra che si mostra dietro le tende della casa di Irene, un lavoro onesto, un posto in un condominio popolare, o un angolino di paradiso.
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